Legnano - Occuparsi delle foibe vuol dire fare riferimento al più grave massacro di civili della storia moderna italiana, indagare un periodo storico ancora poco o per nulla conosciuto. Studiare l’esodo di un’intera comunità di italiani dalle proprie terre vuol dire riportare alla luce un dramma collettivo in gran parte rimosso dalla coscienza pubblica.
Gli storici hanno svolto a fondo il loro lavoro scandagliando materiali, documenti, testimonianze alla ricerca di una verità da opporre alle diatribe politiche. Però il numero di pubblicazioni sulle foibe e sull’esodo dei giuliani e dalmati è paradossalmente esiguo rispetto ad altri momenti atroci della storia della Seconda guerra mondiale. Anche nell’ambito della stampa quotidiana è stato rivelato molto poco di quanto è avvenuto nella Venezia Giulia e in Istria dopo l’8 settembre del ’43.
Solo da alcuni anni, anche a causa dell’istituzione da parte del Parlamento italiano del “Giorno del Ricordo” (30 Marzo 2004, Legge n°92), qualcosa si è mosso.
Per quale motivo molti italiani, anche di discreta cultura, ignorano questi fatti? Perché la parola “Foibe” ha scatenato dopo il ’45 fortissime polemiche nella Venezia Giulia e un malcelato silenzio nel resto dell’Italia? Perché in Italia il “passato non passa”, come avviene altrove, affievolendo le polemiche politico-ideologiche di parte?
Il “Giorno del Ricordo” è stato approvato nel 2004 da quasi tutti i gruppi politici con l’eccezione dell’estrema sinistra. I partiti responsabili dei fatti e del silenzio successivo - PCI, PSI, DC e MSI - non esistono più. Gli eredi, che hanno rotto i ponti con le ideologie del passato, sono sicuramente più propensi a parlare e discutere di questo e di altri fatti storici.
Speriamo che questo clima politico-culturale mutato permetta alle Foibe e all’Esodo giuliano-dalmata di essere avvertiti e conosciuti dall’opinione pubblica italiana in tutta la loro importanza.
Scrive Gianni Oliva in “Profughi” (Mondadori, 2005, p.5): “I tempi sono dunque maturi per cercare di rielaborare una memoria condivisa di quanto è accaduto, per smettere di liquidare l’esodo come la fuga di una minoranza nazionalista nostalgica del Ventennio, o di etichettare le vittime delle foibe come “morti di destra” da contrapporre ai “morti di sinistra” della Risiera di San Sabba. Le centinaia di migliaia di giuliani e dalmati profughi, le migliaia di “infoibati”, hanno atteso troppo: è tempo che essi entrino a far parte della nostra coscienza nazionale, vittime di quella grande tragedia che è stata la guerra scatenata dal fascismo e dal nazismo, così come i soldati caduti in Russia e nei Balcani, i combattenti morti nella lotta di liberazione, gli antifascisti e gli ebrei deportati e uccisi nei lager”.
Non è stracciando o stropicciando le pagine di storia che non ci piacciono che arriveremo mai a definire “chi siamo” e da “dove veniamo”. L’identità italiana, ossia la presa di coscienza di essere un popolo con un importante passato, presuppone la consapevolezza di quanto è accaduto, soprattutto quando il passato è così vicino e così carico di passioni e sofferenze.
E’ necessario da parte di tutti uno sforzo di conoscenza e di studio, senza il quale non si fa nulla, che è anche il modo migliore per ricordare le vittime.
“Il fine della storia è
l’accertamento della verità”
Angelo d’Orsi
Giancarlo Restelli
restellistoria.altervista.org/author/admin/
dal documentario “Campane a morto in Istria”





Twitter
Digg
Del.icio.us
Yahoo
Technorati
Newsvine
Googlize this
Blinklist
Facebook
Wikio
Diggita
Kipapa.cc
Notizieflash
OKnotizie
Segnalo
Ziczac













