Legnano - Quando iniziarono a mettere le persone nelle camere a gas i nazisti dovettero risolvere il problema dei corpi aggrovigliati tra loro dagli spasmi e bloccati dal rigor mortis, dovevano segare le membra dei condannati per poterli estrarre, il che era una perdita di tempo intollerabile nei confronti dell' efficienza dell' organizzata macchina dello sterminio. Così iniziarono a stiparli nelle camere fino a che non si potessero muovere: quando erano morti li si poteva maneggiare come scatole in un magazzino: pratico e veloce.
Oggi alcune classi del Liceo Galileo Galilei di Legnano si sono recate al Cinema Ratti per ricordare la macchina dell' olocausto tramite la rappresentazione "Figli della morte, figli di Auschwitz" organizzata dai professori Giancarlo Restelli ed Adriano Stellica insieme al Comune ed alla sezione dell' AMPI di Legnano.
Le ragazze del Galilei hanno montato un video con spezzoni di repertorio ed estratti di film durante il quale si sono intervallate letture di testimonianze, interviste e racconti. Un ricordo forte ed emotivo.
Ha parlato anche Luigi Botta dell' AMPI che ha voluto ringraziare tutti i presenti e gli organizzatori ed ha invitato gli studenti a non studiare per la scuola ma per la vita.
Ha voluto inoltre ricordare i deportati legnanesi del '44 che furono circa trenta e di cui sette non tornarono mai: le loro tombe al cimitero di Legnano sono vuote, i loro corpi giacciono in polvere chissà dove.
In seguito vi sono state altre letture e pensieri, anche collegati ai giorni nostri ed alla strage nella scuola di Beslan nel 2004.
Queste ultime letture si sono alternate con dei brani musicali suonati da Matteo ed Emanuele dell' istituto Mendel di Villa Cortese che hanno spaziato dalle discriminazioni raziali all' immigrazione agli atti d' eroismo di pompieri e partigiani.
Benché penso che lo spettacolo sia stato apprezzato dalla maggior parte degli studenti non so dire quanti di loro fossero soddisfatti per la buona interpretazione delle loro compagne e quanti dall' aver saltato quattro ore di lezione; alcuni hanno anche trovato la forza, durante le letture o le immagini video, di ridere.
Enrico Gussoni






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